150° del Traforo del Frejus

A Torino si festeggia la ricorrenza del primo traforo ferroviario alpino che ha cambiato il panorama industriale del Nord-Ovest

Il 2021 è l’Anno Internazionale della Ferrovia e, contemporaneamente, si festeggia il 150° anno del traforo ferroviario del Frejus: venne inaugurato il 17 settembre 1871. Molte le iniziative a Torino e Bardonecchia, tra cui “l’infioramento” del monumento ai “Traforatori del Frejus”, posto in piazza Statuto, a Torino, fino dal 1879 (in foto).

Per capire l’importanza del traforo del Frejus si pensi che con i suoi 13.636 metri fu il primo e più lungo traforo ferroviario alpino (fino al 1882 quando si aprì il traforo del San Gottardo). Per il traforo i tre progettisti Germano Sommeiller, Sebastiano Grandis e Severino Grattoni, aiutati da molti altri tecnici, dovettero mettere a punto sistemi di misura, di perforazione, di ricambio dell’aria e così via dato che, fino ad allora, nessuno si era spinto così in profondità nella montagna. Le due gallerie, partite dal lato italiano e dal lato francese, si incontrarono circa a metà con differenze verticali e laterali sul tracciato di poche decine di centimetri. Un fatto eccezionale per l’epoca. Il modello progettuale e i macchinari utilizzati servirono da base per gli altri trafori alpini, in primis per il San Gottardo.

Passaggio storico

Per comprendere l’importanza della ferrovia di allora basti considerare due fatti. Il 5 gennaio 1872 transitò per il Frejus il treno Londra-Brindisi, poi soprannominato “la Valigia delle Indie”, che trasportava passeggeri, posta e materiali importanti per l’India. Prima ci si imbarcava a Marsiglia e, prima ancora, a Southampton; così si potevano risparmiare alcuni giorni di navigazione. Fino agli anni Cinquanta con l’introduzione dei jet (il britannico Comet), occorreranno almeno 4/5 giorni di viaggio dalla Gran Bretagna all’India anche in aereo (all’epoca si usavano idrovolanti). L’importanza del collegamento può essere facilmente compresa osservando le prime autovetture italiane al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino. Gran parte di queste era dotata di componentistica francese e, spesso, anche di motori francesi (De Dion); arrivavano a Torino e poi a Milano proprio attraverso la ferrovia del Frejus.

Già allora vi furono proteste, polemiche e, curiosamente, contestazioni sull’opera per via del suo costo, elevatissimo, e della sua presunta inutilità: oggi come allora, nulla di nuovo sotto il sole.